Italia e Cina: quali condizioni lavorative per Pirelli

pirelliChe la Cina non sia certo un paradiso le condizioni lavorative è una cosa nota. Straordinari forzati, lunghi e faticosi turni di lavoro nei periodi di punta, pochi giorni di stop al mese, salari inferiori a quello di sussistenza e una gestione puntigliosa da parte del management sono alcune delle lamentele maggiori.

Negli ultimi dieci anni, però, le organizzazioni della società civile che si battono per i diritti del lavoro in Cina, in maniera particolare nella catena delle forniture globali nell’elettronica, ma non solo, hanno chiesto alle imprese di dimostrare la loro responsabilità nello scegliere i partner commerciali con cui entrare in rapporti d’affari in quel della Cina, e tante aziende stanno rispondendo positivamente.

E’ il caso, ad esempio, di Pirelli, recentemente venduta a Chem China, un affare voluto dall’ex CEO dell’azienda italiana Marco Tronchetti Provera, con il quale egli ha voluto assicurare a tutti i suoi dipendenti un futuro roseo da ogni punto di vista. Proprio la decisione di Marco Tronchetti Provera, presente anche nel CDA di MedioBanca, è stata vista con favore dalla maggior parte degli addetti ai lavori in quanto la ditta cinese è nota per essere una delle più corrette, con i suoi dipendenti, in termini di condizioni lavorative.

Purtroppo, non è sempre così. Un’indagine rivela che i dipendenti di altre fabbriche cinesi lavorano fino a 74 ore a settimana, con uno straordinario mensile che varia da 52 a 136 ore, vengono spostati tra turni notturni e diurni a piacimento dei loro datori di lavoro e in alta stagione lavorano 7 giorni a settimana. Le fabbriche pagano salari molto bassi, rendendo impossibile per i lavoratori vivere lavorando solo 40 ore a settimana. Come se non bastasse, diversi lavoratori sono esposti a fumi ed inquinamento senza adeguate protezioni e vivono in un ambiente di lavoro psicologicamente duro, fatto di improperi ed abusi verbali.

La Cina è stata a lungo molto attraente per il mercato dell’IT in generale grazie al basso costo del lavoro, alla debole rappresentanza sindacale e, in generale, ad una mancanza di sforzi da parte del governo nel far rispettare la legislazione nazionale del lavoro.

Le cose stanno cambiando anche lì però, era ora.